Solitudine affollata (un incubo)

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Prendo a prestito il titolo di una raccolta di poesie scritta da un caro amico tanti anni fa per tentare di descrivere un’immagine che mi ha molto colpito.

Ne “I fratelli Karamazov” lo staretz Zosima così descrive l’inferno: “la tristezza di non poter più amare”.

E’ l’idea del non più che spaventa, quel senso di definitivo fallimento quello smarrimento che ci assale al pensiero di aver del tutto mancato il nostro obiettivo esistenziale.
Credo anche io che non ci sia sofferenza più grande del non amare e, se posso, allora dirò che e l’inferno me lo figuro come una città affollatissima, piena di uomini e donne in continuo movimento.

Ed in questa folla ogni giorno incontro le persone più diverse: il lattaio, i postino, la guardia comunale e l’edicolante, la vecchietta, il mendicante e il politico, il medico il giornalista e tutti, tutti, tutti hanno la mia faccia, uomini e donne tutti con la mia faccia.
È un illusione credere che l’inferno sia popolato di gente interessante, gli Hitler, i Napoleone, i Pacciani… Sono tutti uguali, hanno tutti un volto solo, il mio.
E per quanti uomini incontri non faccio che incontrare me stesso, repliche di me stesso, oppure no, anche io sono una replica, un clone di una matrice originaria, magari pensata a tavolino chissaddove, in quale oscuro laboratorio, la dove si progetta l’Uomo Nuovo.
Nulla di nuovo può accadere in questa città dove tutti hanno il mio volto, dove io sono uguale a tutti e tutti sono uguali a me. Non più amare, significa niente più storia, niente più eventi perché solo è l’amore che fa accadere le cose.
E come amare questi cloni, queste figure di paglia, queste non-persone?
L’inferno è non amare, è non incontrare altri che se stessi, è camminare in mezzo ad una folla di cui nulla ci interessa.
L’inferno è qui, l’inferno è adesso e qui.
Quello che ha detto che l’inferno sono gli altri non ha capito un accidente: l’inferno sono io.

2 commenti

Archiviato in De oves et boves, Poesia

2 risposte a “Solitudine affollata (un incubo)

  1. O forse molto semplicemente “l’inferno sono gli altri”, proprio quando sono io incapace d’amare!

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  2. 61angeloextralarge

    L’inferno sono io. Vero, purtroppo. E non perdo occasione per dimostrarlo agli altri e a me stessa. La preghiera mi aiuta ad attenuarne le vampate di calore, spesso le spegne. Ma come smetto di pregare, la brace sotto la cenere si riaccende.

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